Sanremo, effetto nostalgia: il trionfo di Sal Da Vinci e il ritorno all'Italiano vero

Sanremo, effetto nostalgia: il trionfo di Sal Da Vinci e il ritorno all'Italiano vero

Sanremo è cambiato: da specchio dell'Italia a megafono della Gen Z. Ma il trionfo di Sal Da Vinci segna un ritorno al passato, tra sogni, fede e amore eterno.

A una settimana dalla serata finale del festival di Sanremo il verdetto è inappellabile: "Per sempre sì" di Sal Da Vinci non è solo il tormentone del momento, ma un vero e proprio caso sociologico.

Premetto che chi vi scrive non segue la kermesse musicale da anni, rimasto fermo alle edizioni leggendarie quando il giovane Vasco Rossi arrivava tra gli ultimi nel lontano 1982 e 1983 con due canzoni iconiche come Vado al massimo e Vita spericolata, Biagio Antonacci, che nel 1988 non arrivò nemmeno tra i finalisti della sezione giovani e nel 1993 con "Non so più a chi credere" fu ben lontano dai primi tre posti, o quando Eros Ramazzotti e Laura Pausini debuttavano sul palcoscenico che li avrebbe portati tra i big della musica. Ma la lista potrebbe continuare a lungo.

Nel corso degli anni, Il Festival è stato lo specchio fedele di un'Italia che cambiava pelle: negli anni '70 infatti, mentre fuori imperversavano le tensioni politiche, Sanremo cercava di mediare tra la canzone melodica tradizionale e i primi accenni di trasgressione, dove si inizia a parlare di donne in modo diverso e di libertà individuali (Chi non lavora non fa l'amore di Celentano, 4 marzo 1943 di Dalla, Gianna di Rino Gaetano).

Con gli anni '80 le canzoni di Sanremo diventano più leggere, orecchiabili e pop. È il decennio dell'orgoglio nazionale e dei sentimenti universali cantati con arrangiamenti moderni.

L'identità nazionale, l'amore adolescenziale, i sogni dei giovani e l'impegno sui temi della pace e della droga vengono cantati da Toto Cotugno con L'Italiano, Eros Ramazzotti con Terra Promessa, da Morandi, Ruggeri, Tozzi con "Si può dare di più", Mia Martini con Almeno tu nell'universo.

Negli anni '90 il Festival si fa più maturo. I testi diventano più complessi e introspettivi; si parla di disagio giovanile, di solitudine, ma anche di temi forti come la mafia o l'omosessualità. Da "Uomini soli" dei Pooh a "Signor Tenente" di Giorgio Faletti a "La solitudine" di Laura Pausini.

Negli ultimi vent'anni, però, la metamorfosi è stata radicale: l’Ariston si è trasformato da salotto rassicurante a megafono della Generazione Z, tra fluidità di genere, autotune e un’agenda dettata dal politicamente corretto e dal multiculturalismo a ogni costo. Fino alla settimana scorsa.

Il trionfo di Sal Da Vinci con "Per sempre si" è stata una svolta. Un ritorno alle origini, alla canzone nazional popolare che ha fatto sognare gli italiani.

Il testo è un concentrato di romanticismo d'altri tempi: regine in bianco, promesse davanti a Dio, unioni indissolubili. Per alcuni critici si tratta della "canzone più brutta degli ultimi tempi", una sequenza di mielosità da Mulino Bianco. Eppure, il televoto ha parlato chiaro: il pubblico ha fame di sogni, di amore eterno e di fede, tematiche sistematicamente sparite dai radar della modernità.

Piaccia o meno, Sal Da Vinci ha riportato al centro della scena l'identità più profonda (e forse dimenticata) del Bel Paese.

Dopo anni di sperimentazioni e provocazioni, l'Italia ha scelto un ritorno al passato per sperare in un futuro migliore.

Chapeau.   

 

Adriano Verde

L'ultimo direttore di Agenzia Fuoritutto, collaboratore da sempre della testata e subentrato al grandissimo e compianto direttorissimo Guglielmo Gabbi.