Il primo sciopero della cultura da mezzo secolo svela un paradosso: l'Italia celebra il suo patrimonio ma dimentica chi lo tiene vivo e accessibile ogni giorno.
Il 12 giugno ha segnato un precedente storico per l'Italia: per la prima volta da decenni, l'intero comparto culturale italiano ha incrociato le braccia in modo unitario con presidi simultanei in città come Firenze, Napoli, Roma, Milano, Venezia, Torino e Palermo. Una mobilitazione trasversale che ha riguardato contratti pubblici e privati, dipendenti stabili e freelance, operatori museali e archivisti.
A Firenze, la Galleria di Palazzo Pitti è rimasta chiusa per l'intera giornata, mentre agli Uffizi le porte sono state sprangate in mattinata per alcune sezioni. Non si tratta di disagi marginali ma stiamo parlando di alcuni dei luoghi più visitati al mondo. È un segnale politico preciso: la cultura è un servizio essenziale, e chi lo garantisce ha deciso che non si può continuare a ignorarlo.
Secondo i rappresentanti sindacali presenti ai presidi, questo è probabilmente il primo sciopero nazionale del settore dai tempi degli anni Settanta. Il fatto che ci siano voluti cinquant'anni per arrivare a una mobilitazione unitaria racconta quanto a lungo queste categorie abbiano resistito in silenzio.
Il problema non nasce oggi. Da anni i sindacati denunciano un meccanismo che funziona più o meno così: lo Stato riduce il personale interno nelle istituzioni culturali pubbliche, e i vuoti vengono riempiti non con nuove assunzioni ma con appalti a cooperative, agenzie di somministrazione e liberi professionisti costretti ad aprire partita IVA. Il risultato è che dentro lo stesso museo possono coesistere lavoratori con contratti e tutele completamente diversi, a svolgere le stesse mansioni.
In Liguria la riduzione degli organici nelle istituzioni culturali pubbliche ha raggiunto tra il 35 e il 50%, con sale dei musei chiuse a rotazione per mancanza di personale, in Toscana, tra il 25 e il 30% di addetti mancanti nei musei statali della regione.
Le rivendicazioni portate in piazza il 12 giugno sono concrete e precise. La prima riguarda il riconoscimento formale della dignità professionale di chi lavora nella cultura. La seconda chiede la reinternalizzazione dei servizi esternalizzati e un piano straordinario di stabilizzazioni nel Ministero della Cultura. La terza punta all'istituzione di un reddito di discontinuità per le professioni a intermittenza strutturale — dallo spettacolo dal vivo all'editoria. La quarta chiede l'applicazione effettiva delle norme sulla sicurezza sul lavoro anche per chi opera con contratti atipici.
L'Italia è il Paese con il maggior numero di siti UNESCO al mondo. La cultura è una delle voci più potenti, un magnete per turisti. Eppure il lavoro che la rende possibile — la catalogazione, la conservazione, la mediazione educativa, l'accoglienza, la ricerca — viene trattato come una variabile di costo da comprimere.
La domanda che rimane aperta è se lo sciopero del 12 giugno sarà ricordato come un punto di svolta o come l'ennesimo segnale ignorato. La prossima mossa spetta al governo — e al Ministero della Cultura, che per ora non ha risposto con impegni concreti.