Addio alle bustine di ketchup: l'UE mette al bando i Pfas. Ma tra costi e burocrazia, Bruxelles si perde ancora nei dettagli mentre l'economia reale arranca.
Pochi giorni fa i giornali ci hanno ricordato di una scadenza abbastanza particolare che ricorre il prossimo 12 agosto. Quel giorno, infatti, il Regolamento Ue 2025/40 cesserà di essere solo un testo legislativo e diventerà operativo. Ma di che si tratta? Ebbene, non potevo crederci, ma l'Europa, questa Europa, non finisce mai di stupirci.
Scatterà, infatti, il divieto di immettere sul mercato imballaggi a contatto con gli alimenti che contengano "Pfas", acronimo che ho dovuto ricercare in quanto ignorante in materia, e che sta a significare "sostanze perfluoroalchiliche", cioè, leggo testualmente "famiglia di composti chimici sintetici, noti per la loro resistenza all'acqua, ai grassi e alle alte temperature, usati in prodotti come imballaggi alimentari" e che dicono possa causare effetti negativi alla salute se usati oltre certi limiti.
Di cosa parliamo? delle bustine monodose che troviamo nei ristoranti, nei pub, che contengono maionese, ketchup, olio in alcuni casi e di cui facciamo largo uso. Questo significa che, sebbene le bustine non spariranno magicamente da un giorno all’altro in estate, da agosto 2026 inizierà il conto alla rovescia operativo che costringerà i produttori ad adeguare i materiali e i formati, nel senso che non potranno più comprare i vecchi rotoli di imballaggio "economici" con Pfas, ma quelli con nuovi materiali "puliti" e più costosi.
Ma soprattutto, cosa troveremo al posto delle bustine? Il regolamento spinge verso sistemi di "riempimento" e riutilizzo. I ristoranti dovranno tornare ai dispenser ricaricabili (vietati dal covid perché potenzialmente pericolosi in quanto maneggiati da tutti) o utilizzare contenitori in materiali alternativi alla plastica. Una giravolta normativa che lascia interdetti ristoratori e consumatori.
A rileggere questa notizia sembra essere su scherzi a parte. Ma come? Con l'economia che non brilla, la guerra, i dazi, la povertà, il lavoro, l'invasione di prodotti cinesi che hanno tagliato le gambe ai produttori continentali, di cosa si occupa l'Europa?
Purtroppo questo è solo l'ennesima dimostrazione di un'Europa che non funziona, che si perde in micro-regolamentazioni che rasentano il ridicolo mentre fatica a trovare una linea comune sui grandi temi geopolitici.
Dalle direttive sulla curvatura dei cetrioli (ormai un classico del dibattito) alle norme più recenti sulle "case green" o sui motori termici, che dovevano essere banditi dal 2035, salvo poi un recente salutare ripensamento che però non ha riparato il danno alle industrie automobilistiche europee completamente devastate.
Per non parlare della guerra al cibo, come l'autorizzazione alla commercializzazione di farine di grillo o larve, oppure il nutri-score, il sistema di etichettatura a semaforo che penalizza eccellenze come l'olio d'oliva o il Parmigiano (ricchi di grassi ma naturali), che sono stati percepiti da molti come un attacco alla dieta mediterranea.
L’Europa dei ventisette sembra aver smarrito la bussola dei Trattati di Roma. Quell'area di libero scambio nata per stimolare la crescita è diventata un labirinto di vincoli gestito da una Commissione non eletta, dove il Parlamento — l'unico organo espressione del voto popolare — resta spesso ai margini.
Una situazione così non è più tollerabile. Il rischio, oggi, è che l'Unione finisca per recidere l'ultimo filo di fiducia che la lega ai suoi cittadini. Perché un'Europa che si preoccupa della plastica sui tavoli mentre le sue industrie chiudono e i suoi confini tremano, non è un'Europa che protegge, ma un'Europa che abdica al proprio ruolo.
Se il futuro del continente passa per il riutilizzo di un dispenser ricaricabile, allora forse abbiamo un problema di prospettiva che nessuna direttiva potrà mai risolvere.